Amici miei, eccomi a Kathmandu in Nepal a scrivere dopo cinque settimane, quattro delle quali passate oltre i 5.000 metri di quota in Tibet, impegnato nella salita dello Shisha Pangma.

Innanzitutto, come sempre miei cari vi ringrazio con tutto il cuore per la vostra vicinanza anche in questa mia avventura e lungo tutta la scalata.

Gli aggiornamenti che ho pubblicato in queste ultime settimane attraverso il telefono satellitare sono sempre stati brevi e privi di fotografie, per questo ora cercherò di riassumere lo splendido mese “himalayano”  che ho trascorso salendo e scendendo più volte la quattordicesima montagna più alta del Globo.

Non sarà facile riassumere oltre un mese di avventure ma ci proverò…

Ho raggiunto il BC (Base Camp) alla quota di 5.000 metri a bordo di un fuoristrada in compagnia di Frank, Eelco e Jacob, “compagni” di spedizione in quanto tutti facenti parte della stessa agenzia (Asian Trekking) che ha gestito i permessi di ingresso in Tibet e i relativi permessi di salita alla montagna oltre che l’organizzazione del BC e del ABC (Advance Base Camp) per l’intero periodo, poco più di un mese. Un paio di giorni al BC e siamo ripartiti verso l’ABC a quota 5.600 metri circa. Questo punto (meta che resterà stabile per tutto il periodo come vero e proprio campo base della spedizione con tende fisse, tenda cucina, tenda mensa e relativo cuoco con due aiuti cuoco) è stato raggiunto con un trekking di 20 chilometri attraverso l’altopiano tibetano seguendo il corso del fiume riempito dalle acque che scendono direttamente dagli enormi ghiacciai dello Shisha Pangma e di altre montagne vicine. Gli yak hanno avuto il compito di portare tutto il “materiale pesante” dell’intera spedizione. Da qui è iniziata la lunga e impegnativa salita. All’ABC erano già presenti altre spedizioni impegnate nella scalata ed altre sono arrivate pochi giorni dopo di me. Ora non saprei quantificare il numero esatto ma circa una quarantina di persone compresi gli sherpa delle commerciali. Tutte le spedizioni impegnate nell’importante tentativo di arrivare a “quel punto”, quella sorta di chiodo fisso col nome di: 8.000. L’acclimatamento è stato gestito da me e da quasi tutti gli altri alpinisti presenti in modo naturale seguendo prima di tutto i “tempi genetici” del corpo e in seconda, ma non meno importante battuta, le condizioni meteorologiche. A volte quindi mi trovavo a salire insieme ad altri alpinisti oppure ci si trovava ai campi alti. Sono salito e sceso dalla montagna ben cinque volte. La prima dove ho montato il DC  (Depo Camp- Campo Deposito) alla quota di circa 6.000 metri sulla morena che anticipa l’Ice Fall. La seconda ho raggiunto i 6.380 metri dove ho montato C1 (Campo1) riponendo una buona parte dei materiali. Nella terza salita, ottima per l’acclimatamento, ho raggiunto la quota di 6.950 metri dove ho montato un ulteriore tenda stabilizzando C2 (Campo2) e dopo aver passato la notte sono nuovamente sceso all’ABC. A questo punto tutto era pronto… i campi erano stati montati, il materiale portato fin su e l’acclimatamento svolto. L’attacco alla cima sarebbe stato imminente. Passati i giorni del recupero, sono ripartito con l’obiettivo di attaccare la vetta nella notte dopo tre giorni di salita. Dall’ABC ho raggiunto, dopo una lunga scalata, C1 dove ho passato la notte. L’indomani alla volta di C2. Ero felicissimo e molto carico. Fisicamente stavo bene anche se stanco e un po’ provato ma niente mal di testa e nessun senso di nausea. Ero pronto a  portare la tenda all’ultimo campo, C3 (Campo3) sullo spallone a 7.460 metri da dove sarei partito a mezzanotte circa per attaccare la cima. Nel tardo pomeriggio una squadra di quattro forti alpinisti spagnoli con più ottomila alla spalle sono rientrati nel mezzo della bufera insieme a tre sherpa (parte della stessa spedizione) con la brutta notizia del fallimento della cima causa valanghe, neve alta ed instabile. Queste le parole degli sherpa (uno dei quali ha raggiunto nella sua vita ben 5 volte la cima dell’Everest): “La neve è in condizioni pessime. Cade tutto. Nuotavamo in mezzo alla neve. Impossible, impossible, impossible.” Queste parole mi risuonano ancora nella testa. Il meteo continuava a peggiorare. Assenza di visibilità, vento a raffiche forti e la neve che continuava a scendere iniziando a coprire le tracce. Quella notte, malgrado il gran freddo e la quota sono riuscito comunque a riposare rimanendo fiducioso sul giorno successivo, giorno in cui mi sarei spostato su C3. Purtroppo il risveglio dopo l’alba mi ha riservato una pessima sorpresa: il meteo è rimasto quello della sera prima. Il contatto telefonico con l’Italia mi annunciava un repentino peggioramento per quattro giorni e una successiva finestra di almeno tre giorni di tempo sereno e stabile con abbassamento delle temperature. Preso atto di questa notizia mi sono trovato quindi costretto a scendere nuovamente al ABC. Il mio corpo a quel punto era sempre più stanco e provato ma mentalmente carico e convinto di farcela all’interno della futura finestra di meteo bello. Nel frattempo l’ABC ha cominciato a spopolarsi. Eravamo rimasti solo in sei persone: io insieme agli altri due alpinisti della stessa agenzia (il quarto, Jacob, aveva abbandonato giorni prima), il cuoco e i due aiuti cuoco. I quattro giorni li ho passati tra riposo fisico e tensione mentale in vista del secondo tentativo. Purtroppo la neve caduta è stata abbondante e oltre ad aver coperto completamente le tracce che duravano da un mese, ha reso complicato tutto. Sono partito insieme ai due alpinisti rimasti per questo ultimo e strenuo tentativo, forse folle, verso ed oltre gli 8.000 metri. Siamo partiti con un meteo pessimo dopo aver pregato gli dei che ci seguissero in queste difficili giornate. La visibilità rimaneva ancora a pochi metri, assenza di vento e neve che cade oltre che essere abbondante a terra. Dall’ABC al DC un disastro. Le rocce scivolose e cariche di neve hanno reso difficile il cammino. L’Ice Fall si era trasformata in “Snow Fall” difficile da scalare. Il raggiungimento infine di C1 è stato durissimo. La neve che arrivava al ginocchio, la traccia da battere e l’altissimo rischio di finire in un crepaccio coperto e “nascosto” dalla neve senza contare il pericolo valanghe data la situazione meteo dei giorni passati. Queste le ultime due ore prima di raggiungere C1 dopo quasi 10 ore di salita: “manca poco, almeno cosi sembrava, la visibilità peggiora sempre più, sono davanti agli altri due, guido il gruppo mentre la notte inizia a calare compresa la temperatura. Un boato tipo un tuono di temporale penetra i miei timpani, mi blocco insieme agli altri, sposto lo sguardo alla mia destra e alzandolo mi accorgo che una grossa valanga si era appena staccata e sta scendendo travolgente a poca distanza da noi. Cerchiamo, inutilmente, di “scappare” ma a quelle quote, con quel pendio e con quella neve è impossibile. La fortuna ci ha baciati, la massa nevosa passa ad una manciata di metri da noi. Il ricordo della spinta del “vento” successiva è ancora vivo in me. La notte scende velocemente, evito il panico ma… nemmeno le luci frontali ci aiutano a ritrovare le nostre due tende, unica salvezza in quel difficile momento durato oltre un’ora. Abbiamo molto freddo. Uno dei due alpinisti dietro me lamenta sofferenza alle mani e sembra stia cominciando il processo di congelamento delle prime falangi ormai insensibili. Cerco di aiutarlo ma non possiamo perdere altro tempo. Estraggo il GPS, una sola tacca di batteria ci salva la vita. Mi ringraziano come non aveva mai fatto nessuno prima d’ora. Entro in tenda infreddolito ma vivo. Mentre tolgo i ramponi penso al filo sottile tra la vita e la morte. Ho dormito bene e ho passato una bella notte malgrado l’aumento del vento. La mattina successiva il risveglio e il sole alto in cielo senza nuvole mi ha dato una gran carica. Sono partito in compagnia degli altri due, ormai amici, verso C2 ma dopo un’ora di dura marcia su una neve difficilissima per altezza e consistenza, con l’aumento significativo del pendio davanti al primo “muro” di neve abbiamo deciso di rinunciare per impossibilità a salire e per l’altissimo rischio valanghe. Calcolate che in una sola mattinata ho contato da C1 ben diciannove valanghe! Pazzesco. A quel punto loro hanno deciso di scendere abbandonando così C2. Io sono rimasto e l’indomani ci ho riprovato. Nuovamente la fortuna è venuta in mio aiuto, diciamo che mi sono giocato l’ennesimo jolly. Salendo il “muro” di neve un crepaccio si è aperto inaspettatamente sotto i miei piedi, ho sentito il vuoto e il gelo in cuore. Sono finito dentro questo buco profondo centinaia di metri con la fortuna di bloccarmi a metà busto. Con energia e rapidità usando la piccozza sono uscito, ho dato uno sguardo alto in cielo e ho deciso amaramente di tornare giù dando la salita alla cima come: IMPOSSIBLE. Ho così iniziato a dirigermi a fatica verso l’ABC. Non essendo riuscito nemmeno a raggiungere C2 una parte del materiale è rimasta a 7.000 metri all’interno della mia tenda. Purtroppo tra questi materiali, in una tasca interna dello zaino già preparato per la cima, ho scordato il passaporto con allegato visto India. Il mio contatto cinese mi ha aiutato ad uscire indenne dal Tibet e ora mi trovo qui a Kathmandu nel mezzo dei festeggiamenti nazionali in attesa che il Consolato Italiano riapra così da permettermi l’esecuzione delle faccende burocratiche necessarie per rifare passaporto e visto.

Ho un bellissimo e grandioso ricordo di questo importante mese di alpinismo puro e grande avventura. Per la prima volta ho avuto un rapporto così “intimo” con una montagna e per la prima volta mi sono sentito così vicino al “cielo”.

Ringrazio tutte le persone che in un modo e in un altro mi sono state vicine anche se a migliaia di chilometri di distanza o a pochi metri in mezzo alla neve… ringrazio il Tibet per i panorami mozzafiato e indescrivibili che mi ha regalato… ringrazio lo Shisha Pangma, la magnifica “cresta al di là dei pascoli” per avermi permesso tutto ciò e ringrazio gli dei per la fortuna che mi hanno dato.

 

Danilo.

 

 

 

 

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