Vi sto scrivendo comodamente seduto su una sedia nel mezzo di un incantevole giardino interno di una guest house di Agra, in questo mio primo giorno di riposo da quando sono partito da Kathmandu.

Con la pedalata di ieri ho superato la soglia dei 1.000 chilometri percorsi. Attraversando l’intero Uttar Pradesh (lo stato più popoloso dell’India) sono giunto fin qui, nella caotica e famosissima città di Agra. Questa mattina la sveglia è suonata alle 5:00 per correre a fotografare il Taj Mahal nel suo momento migliore, alle prime luci dell’alba. Uno spettacolo artificiale incantevole impossibile da descrivere, non per niente è una delle sette meraviglie del mondo (ultima foto pubblicata qui sotto). Fisicamente mi sento bene a parte dei normali dolori muscolari alle gambe, psicologicamente sono carico e con la testa giusta per continuare al meglio questo lungo viaggio attraverso l’affascinante e bizzarro sub-continente indiano. Nelle ultime due settimane ho pedalato sulla più vasta zona pianeggiante e fertile dell’intera India, incastonata tra i due fiumi sacri per eccellenza: il Gange e lo Yamuna. Il clima è straordinario con temperature minime registrate di 27°C e massime di 36°C, con pochissima umidità, un leggero vento quasi costantemente da ovest nord-ovest e un cielo perennemente terso. A questo clima tanto clemente si somma purtroppo un traffico di auto, camion e moto incontrollabile portando così i livelli di inquinamento atmosferico alle stelle; per non parlare degli scarichi a cielo aperto e degli accumuli di immondizia ai bordi delle strade che per di più vengono bruciati!! Purtroppo questa è l’altra faccia della medaglia. Le persone continuano ad essere molto interessate a me e alla mia bicicletta diventando in questo modo pressanti e invadenti. L’India per questo è un cocktail micidiale… sommate ad un popolo così “presente”, un numero che supera il miliardo di unità… ed il risultato è ciò che vivo quotidianamente. Rimane comunque eccitante passare attraverso polverosi villaggi e tra i mille odori percepire la fragranza di spezie, ortaggi freschi ed incensi… venduti lungo la strada da uomini, donne, anziani e bambini. Ammirare il lento e cadenzato passo di dromedari che trainano malconci carretti in legno oppure farmi fermare da incantatori di serpenti che pretendono una fotografia al ratto appena catturato da dare in pasto al proprio cobra… Ribadisco che l’India è un insieme di contraddizioni, nulla di ciò che vedo sembra avere un filo logico ma al tempo stesso tutto fila attraverso un sistema incomprensibile che caratterizza questo grande Paese capace di renderlo quello che è: UNICO!

Domani riprenderò la marcia verso ovest entrando in un nuovo stato: il Rajastan.

Su una guida ho letto che è l’anima romantica dell’India, avvolta in sari e turbanti sontuosi. Sicuramente è uno degli stati più belli e particolari, con una netta prevalenza musulmana ma per me rappresenterà un punto chiave dell’intera avventura, una traversata importante e difficile nel mezzo delle aride terre sabbiose, dove inizierò a puntare verso sud. Il Rajastan o Terra dei Re (come veniva chiamato anticamente) è uno stato arido e secco famoso per il grande Deserto del Thar che ne ricopre gran parte spingendosi fino al Pakistan. Cercherò di attraversare questo deserto (settimo a livello mondiale per estensione) lasciando la strada principale per addentrarmi attraverso piste sabbiose fino al suo cuore più remoto, una traversata est-ovest prima e nord-sud poi… partirò carico con sacche d’acqua e tutto il necessario per la sopravvivenza. Data la stretta vicinanza con il martoriato Pakistan, mi auguro che i militari non mi impediscano l’ingresso in quelle aree isolate popolate da gazzelle, antilopi, lupi e il famoso leone del Thar, il quale spero vivamente di non incontrare.

Ci sentiremo quanto prima amici miei,

Danilo

PS: tutte le foto sono state scattate nello stato dell’Uttar Pradesh

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