In questi giorni a Kathmandu sto avendo modo di riprendermi dalla lunga scalata, di rifletterci su e di iniziare a mettere su carta le avventure future.

Tra le attività che ho svolto, ho avuto anche modo di guardare le migliaia di fotografie che ho scattato con le tre macchine fotografiche che ho portato con me sulla montagna. Sulla pagina di diario precedente ho scritto riguardo l’ultima parte della scalata con le relative foto, ma in questa ho il piacere e il desiderio di mostrarvene una carrellata su tutta l’avventura. Questo perché lo trovo giusto nei vostri confronti, nei confronti di tutti voi che mi avete seguito e sostenuto per l’intera mia permanenza qui in Nepal.

Se ripenso oggi all’intera scalata mi sembra sia passata una vita da quei giorni freddi, duri ma estremamente emozionanti.

Porto nel cuore ogni istante passato lassù. Attimi lunghi un’eternità, ogni passo una pausa, inspiri a pieni polmoni ma l’ossigeno nell’aria è talmente rarefatto che sei costretto ad inspirare nuovamente a pieni polmoni. Il freddo che percepisci è maggiore rispetto al freddo reale e non solo per la presenza di vento forte, ma per la mancanza d’ossigeno. Il sangue diventa sempre più denso faticando quindi a circolare ed ecco che le estremità del corpo come dita, guance e naso iniziano ad accusare i primi problemi. Per autodifesa il corpo andrà a concentrare una maggior massa di sangue negli organi vitali, già messi ampiamente in difficoltà dalla prestazione alpinistica. Quando superi la quota di 7.500 metri in gergo alpinistico si dice che entri nella “Death Zone”, la Zona della Morte. Il corpo inizia lentamente a morire e più sali più veloce sarà il suo processo di deterioramento. Sei stanco, hai freddo, hai sonno, percepisci una stanchezza inverosimile, barcolli ma non ti vuoi fermare attratto da quella cima lassù, altissima, come fosse una calamita alla quale, oramai è impossibile resisterle.

In altissima quota fatichi ad alimentarti perché la nausea diventa una compagna d’avventura, ma sai che devi comunque mangiare per andare avanti quindi mandi giù cibi “high-tech” senza pensare al loro gusto perché a te interessa solo quella cima lassù, svettante verso il cielo. Non hai sete ma sai che devi bere comunque e l’unica cosa al mondo che non vorresti bere in quei momenti è acqua calda sporcata con buste di te e sali minerali ma l’unica cosa che “trovi” da bere lassù è acqua calda sporcata con te e sali minerali. Sogni mojito freschi, gin tonic profumati seduto sotto l’ombra di qualche palma caraibica, invece sei a 7.400 metri dentro una tendina piegata dalle forti raffiche di vento con 20 gradi sotto zero.

Tutto questo ha un nome ed il suo nome è “resilienza”.

Il futuro rimane fortunatamente ignoto, ma la certezza nel presente è che continuerò a realizzare i miei sogni. Una vita priva di sogni è una vita non vissuta, una vita senza realizzare i propri sogni è una vita vissuta a metà. Nel presente vi dico che in me c’è la volontà di tornare in altissima quota e se le cose andranno come dovranno andare, questo succederà per certo. In merito, sto già lavorando riguardo i prossimi ambiziosi progetti, alzerò ancora di più l’asticella dei miei limiti e continuerò a trasmettere tutte le emozioni direttamente dalle zone più remote ed estreme del Pianeta.

Questa più che una pagina di chiusura, vuole essere un “arrivederci”, semplicemente ringraziandovi con un immenso GRAZIE!

PS: ora vi devo lasciare perché, da oggi e per i prossimi dodici giorni sarò impegnato ad accompagnare attraverso le zone più affascinanti del Nepal, la donna più importante della mia vita: mia mamma!

 

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