Rileggendo l’ultima mia pagina di diario mi sono reso conto che di strada ne ho fatta in particolare in salita… prima però di riprendere a scrivere, voglio scusarmi con tutti voi per questa sorta di “latitanza” dovuta ai difficili e complicati collegamenti per aggiornare sito e i vari social network.

 

Mi trovavo al Campo Base quando tre miei contatti in Francia, Svizzera e USA mi comunicarono quanto segue: “Ciao Danilo, ti comunichiamo che la finestra utile per l’attacco alla cima del Manaslu è prevista tra la notte del 29 settembre e il 30. Troverai vento con raffiche sui 50-60km/h e temperature dai -23°C ai -30°C. Good luck!”

Preso atto di queste importanti informazioni e dopo essermi confrontato con alcuni sherpa presenti al BC, ho deciso di partire e risalire la montagna per la terza volta, puntando alla cima calcolata nella notte tra il 29 al 30 settembre.

 

Tensione, emozioni, incertezze, paure, tanta adrenalina… dopo aver preparato tutti i materiali necessari e dopo una lunga preghiera di fronte allo stupa, ho mosso i primi passi sulle pietraie di un BC quasi completamente innevato. Dopo nemmeno un’ora raggiungo il grande ghiacciaio del Manaslu, lasciando così la morena e rientrando per la terza volta nei “bianchi” e freddi silenzi verso Campo1. Un meteo variabile ma gradevole mi accompagna nelle prime ore di salita fino al raggiungimento di C1 dove avevo già piazzato una tenda con materiale importante al suo interno. Solo una volta raggiunto il campo ho avuto modo di constatare che le abbondanti nevicate dei giorni passati associate a forti raffiche di vento, avevano distrutto e completamente sepolto la mia tendina. Dopo un paio d’ore di lavoro sono riuscito ad estrarla dall’oltre metro e mezzo di neve. Constatata la completa rottura e quindi l’inutilizzo della tenda, ho preso la decisione di “infilarmi” all’interno di un’altra tenda “di fortuna” trovata in zona, passandoci la notte.

L’indomani, alle prime luci dell’alba, ho ripreso la marcia da Campo1 a 5.700mt. dirigendomi direttamente a Campo3 a 6.900mt. dove avrei (forse!!) ritrovato la mia seconda tenda con all’interno l’importante Himalayan Suit (tuta in piuma d’alta quota) con la quale avrei attaccato la vetta. Il tratto che separa C1 da C3 (passando per C2) è parecchio lungo, impegnativo con punti tecnici dove l’attenzione deve rimanere altissima.

Un cielo molto nuvoloso di colore grigio, un’alta percentuale di umidità e svariati fiocchi di neve che cadevano dal cielo, mi hanno reso questa parte di salita più impegnativa del previsto. Ho raggiunto C3 nel tardo pomeriggio del 28 settembre. Fortunatamente la mia tendina era ancora integra malgrado fosse semi sepolta dalla neve. L’ho liberata dopo oltre un’ora di lavoro con la pala e a quasi 7.000mt. credetemi che non è il massimo della semplicità.

 

Ricordo perfettamente il momento in cui, una volta all’interno, ho acceso il telefono satellitare e un sms importante del meteorologo francese mi informa che la ristretta finestra di meteo utile al tentativo di cima si è spostata di 24h in avanti quindi non sarebbe più stata la notte dal 29 al 30 settembre quella utile al tentativo di vetta bensì la notte dal 30 settembre al 1 ottobre. Un rapido confronto con gli altri esperti in Svizzera e USA hanno solo che confermato tale previsione. Messo il cuore in pace, ero intento a prepararmi la cena, quando ha iniziato ad alzarsi il vento trasformandosi in breve in una forte bufera di neve che, a raffiche molto intense, mi ha tenuto compagnia per tutta la notte costringendomi ad uscire più volte, armato di pala, per rimuovere la neve che sistematicamente si accumulava sulla tenda.

In mattinata, dopo aver consumato la colazione, smontato la tenda e caricato tutto nello zaino, accompagnato da un gran bel sole alto in cielo, sono partito alla volta di Campo4 a 7.400mt. di quota. In svariate ore di impegnativa salita ho raggiunto la “spalla” del Manaslu dov’è situato C4 e nel quale ho piazzato la mia tendina, ultimo avamposto prima dell’importante tentativo di vetta.

Salendo senza ossigeno supplementare, in autonomia e “dovendo” preferibilmente iniziare la discesa dalla cima entro e non oltre le prime ore del pomeriggio, ho deciso di partire da C4 alle 02:00am della notte stessa. Purtroppo il freddo intenso che mi aveva “attaccato” i piedi all’interno della tendina mi ha impedito di chiudere occhio, partendo così con un deficit da non sottovalutare affatto.

 

Un cielo costellato da stelle luminosissime, un vento sui 15km/h e un freddo intenso (punta minima verso l’alba di -32°C) mi hanno accompagnato per tutta la notte. Tratti con pendenze lievi si alternavano a ripidi pendii di neve dura e ghiacciata. L’unico senso di profondità nella notte nera come la pece, lo dava la mia luce frontale. Avevo oramai iniziato a perdere la sensibilità alle dita di piedi e mani quando, una flebile luce dall’estremo est della montagna iniziava a fare capolino. Guardo l’orologio, erano le 04:45am: l’alba di un nuovo giorno.

Malgrado la luce del sole fosse già presente da qualche ora, rimanevo in un cono d’ombra freddo e difficile da “mandare giù”. Ad un certo punto della salita, vicino agli 8.000mt. di quota, ero quasi sicuro di aver perso tutte le dita dei piedi da tanto freddo avevo e dalle svariate ore di mancanza di sensibilità nella parte. Ma mi trovavo ad un solo passo dal coronamento di un sogno, niente e nessuno mi avrebbe fatto tornare indietro a bocca asciutta. Puntavo alla vetta senza pensare ad altro. Ero concentrato sull’obiettivo più che in ogni altra cosa. Il meteo era dalla mia parte, con un cielo sgombro da nuvole, un sole accecante e un vento sui 20km/h. Piccozza e punte dei ramponi penetravano quasi meccanicamente l’ultimo grande muro di neve che porta sull’anticima. Come un martello pneumatico salivo, imperterrito, puntando sguardo, mente e cuore verso il cielo blu. Raggiunta l’anticima guardo la cima, dritta davanti a me. Qualche lacrima di gioia scende dai miei occhi bagnandomi la maschera e ghiacciandosi immediatamente. Avevo da poco superato la famigerata quota di 8.000 metri che per un alpinista è molto più di un semplice numero, molto più di una quota…

 

Riparto inflessibile puntando dritto alla cima. Non penso più alle ormai insensibili dita dei miei piedi, metto da parte anche le emozioni, non capisco più cosa mi passi per la testa in quei momenti so che raggiungo quel “cucuzzolo” di neve e ghiaccio che i locali chiamano “Manasa”, La Montagna dello Spirito. Guardo l’orologio, sono le 09:30am del 1 ottobre 2016 e nell’attimo di un sorriso realizzo di essere tutto solo a 8.163 metri… sono sul Manaslu!!

 

Davanti a me un “quadro” di inestimabile bellezza composto da un cielo blu cobalto come cornice, un orizzonte leggermente ricurvo e un un’infinità di cime più basse che si espandevano a perdita d’occhio come fossero radici. Gli istanti di vetta volarono via come aria. Di lì a poco la decisione di riprendere la marcia per la lunga discesa. Ero l’ultimo alpinista a lasciare la zona di vetta, con un meteo bello e stabile e in quasi totale assenza di vento, raggiungo nuovamente C4. Dopo un’ora di riposo all’interno della mia tendina, una stanchezza fisica e mentale fuori dal normale mi attacca ovunque. È il pomeriggio del 1 ottobre 2016 quando, smontato il campo e caricato il tutto all’interno dello zaino, inizio la discesa da C4 a C3 (dove andrò a passere la notte, scelta presa per motivi di sicurezza – meglio portarsi sui 7.000mt. o appena sotto che rimanere un’altra notte a C4, ai limiti della “zona della morte”).

Inizia a fare buio quando raggiungo C3 e finisco di montare la mia tendina. Esausto mangio qualcosa e mi metto a dormire. La mattina mi sveglio dentro una tenda semisepolta da un’abbondante nevicata notturna. Il cielo è bianco esattamente come il terreno. Sono l’unico a C3. Le grandi spedizioni commerciali se ne sono andate da due giorni. L’area è desolata, non tira un filo di vento e tutte le tracce di discesa sono sparite. Con calma smonto il campo, ricarico lo zaino che mi sembra pesare ogni istante di più e inizio la discesa in una quasi totale mancanza di energia.

 

Da subito mi rendo conto che sarà una discesa complicata, lunga e molto pericolosa per i seguenti motivi: le energie che mi sono rimaste sono vicine allo zero, la traccia di discesa non esiste più, buona parte delle corde fisse sono sepolte sotto la neve, ci sono 50cm di neve fresca al suolo, c’è white-out (visibilità non oltre i 10mt. in un bianco assoluto), mi muovo in una zona molto crepacciata e non c’è nessun altro alpinista lungo la via. In breve capisco di trovarmi nel mezzo di un gran casino.

Raggiungo Campo2 a 6.400mt. spossato e privo di energie con la consapevolezza di essermela giocata più volte muovendomi “sulle uova”. A C2 non c’è più alcuna tenda, l’intero campo è libero, desolato, solitario. Mi siedo sulla neve, sfinito. Il meteo continua a peggiorare. Mi stendo completamente. Mi addormento senza accorgermene fin che una voce lontana mi dice semplicemente che ormai è finita, sono arrivato al capolinea di questa mia splendida vita. Di colpo riapro gli occhi. Sono quasi completamente ricoperto dalla neve, non sento più le mani, sono stanco, ma non voglio morire. Una scintilla riaccende il mio cuore e mi fa rialzare. La testa gira, ho sete, mangio la neve anche se so che dovrei evitare di farlo. Riprendo una discesa scomposta fino a che mi risiedo sulla neve umida e fredda. Mi tolgo lo zaino, estraggo il telefono satellitare e chiamo Mauro, il migliore amico che mai vorrebbe ricevere una telefonata nella quale gli espongo le problematiche facendogli nettamente capire che con molta probabilità quella sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo sentiti. Di lì a breve ho ripreso la discesa affrontando la parte tecnica che collega C2 a C1. Consapevole che le possibilità di sopravvivenza erano ormai ridotte al minimo, ho tirato fuori il meglio che poteva essere rimasto in me, con la concentrazione sempre al 100%, con una visibilità ai minimi, con una buona parte di corde fisse ormai sepolte sotto svariati centimetri di neve, dopo un susseguirsi continuo di passaggi molto esposti e di barcollanti “camminate” su scalette di alluminio rese totalmente instabili dal mutamento del ghiaccio, nel tardo pomeriggio sono riuscito a raggiungere Campo1 a 5.700mt. In un istante la tensione cade di colpo e la stanchezza estrema riprende il suo posto.

 

Inizio la discesa da C1 quando appaiono le prime luci del tramonto. Barcollo, sembro uno zombie al rallentatore sull’enorme ghiacciaio che anticipa la morena. Salto crepacci incurante dei pericoli, sembro anestetizzato. La cima è ormai lontana ma gli effetti sono in ogni parte del mio corpo. Intravedo le prime rocce, non ho nemmeno la forza di essere felice per avercela quasi fatta da quanto sono stanco. Il mio corpo non ce la fa quasi più. La mente però è ancora capace di farlo andare avanti, di farlo muovere come fosse un burattino attaccato a dei cavi sottilissimi composti di energia mentale. Appena i ramponi “gracchiano” sulle prime rocce granitiche, capisco che è l’ora di toglierli. Con movimenti molto lenti e con estrema fatica elimino il ghiaccio che li avvolge, me li sfilo e con un moschettone li attacco all’esterno dello zaino. Dopo un’altra ora su roccia, alle 07:30pm del 2 ottobre 2016 raggiungo il Campo Base dove il team che ha seguito tutta la logistica mi aspettava con il fiato sospeso. Tutti estremamente felici di rivedermi sano e salvo, il momento del mio arrivo si è consumato tra abbracci sinceri e parole “liberatorie” che uscivano come fiumi dalle bocche di tutti.

In serata ho saputo che nel tardo pomeriggio si era messa in moto la macchina dei soccorsi con una squadra che sarebbe partita alla mia ricerca già in nottata. Fortunatamente non è servita.

L’indomani abbiamo tutti ripreso il trekking di rientro che in cinque giorni tra montagne e valli, foreste e impetuosi fiumi ci ha riportati a Kathmandu, dove mi trovo ora. Una discesa che vale una vita intera. Un limite spostato in avanti. Un’esperienza unica che mi ha portato sull’ottava montagna più alta della Terra esattamente dodici mesi dopo l’importante traversata a nuoto di 50km nelle acque Africane dell’oceano Indiano.

Cercare i propri limiti, superarli e trovarmi faccia a faccia con la morte è la mia vita, il mio modo di vivere, il mio modo di crescere.

Alla prossima grande avventura,

Danilo.

 

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